la punta della stilografica.

Un tempo vi era la penna, poi il pennino di metallo con punta mozza e si ebbe il bell'effetto grafico della cosiddetta gotica o carolina rediviva.

 

Così definirei l'evoluzione del mio pensiero, percepibile ineluttabilmente in maniera centrifuga e irriducibilmente in modo autarchico.

Del tempo, ahimè, sono ancora vittima, del mio progetto di stiracchiare la circolarità non ve ne è che il proposito ed è molto, la cosa però che dà colore alle mie giornate ultimamente è la stravagante sobrietà e la leggera bizzaria con cui conduco le mie quotidiane azioni.

Mi percepisco come una unità senza per questo contemplarmi in una unità, sono, così, semplicemente.

La stanchezza sta mettendo lo zampino, ne sono cosciente, ma nulla vien per nuocere.

Ah sì la punta della stilografica. In una notte insonne delle mie, girandomi tra figlio e marito, ho visualizzato una immagine che raccoglieva ciò che per anni non sapevo esprimere se non con perifrasi.

La punta che segna con inchiostro è l'azione nell'azione, divenuta realtà in un tempo reale e determinato in un prima e un dopo, l'andamento "a punta" appunto, è la percezione di sè stessi nella veridicità e nell'intensità del pensiero attivo, che vorrebbe trovare uno sbocco e tuttavia non lo trova.

 

Beh, per anni io mi rappresentavo, forse nella scrittura, nel primo puntino d'inchiostro sul foglio della vita. Ora no. Sono la punta senza inchiostro, sono l'intero pennino e anche la scrittura, l'azione ed il pensiero hanno trovato una collocazione gerarchica e determinata in base alla funzionalità ed emotività.

La soggettività o presunta tale così come l'oggettività o cosa ne resta sono così  salve.

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